Coming out. Dirlo agli altri basta a sentirsi liberi?

Il coming out, soprattutto quando arrivato tardi, lascia tracce che durano anni: paura del giudizio, difficoltà a sentirsi liberi, un'identità vissuta a metà. Ti spiego perché il fatto che gli altri sappiano non basta e come ritrovare uno spazio vitale.

COMING OUTLGBTQI+IDENTITÀ

Nicola Furlanis Psicologo Psicoterapeuta

10/22/20263 min read

Molte persone arrivano in studio dopo il coming out e non prima.

Hanno fatto la cosa che si pensava fosse "la più difficile": lo hanno detto. Alla famiglia, agli amici, a volte sul lavoro. Eppure, a distanza di mesi o di anni, qualcosa non si è sistemato come speravano. Continuano a controllarsi quando parlano di una relazione, a misurare le parole in certi ambienti, a sentirsi osservate in un modo che nessuno, a ben guardare, sta davvero facendo.

Ma non doveva andare meglio?

Il coming out che arriva tardi

Ogni coming out ha i suoi tempi e non esiste un'età giusta o sbagliata per farlo. A volte si aspetta perché il contesto non era sicuro, a volte perché non c'erano ancora le parole per dirlo nemmeno a se stessi, a volte per proteggere persone o equilibri che si temeva di rompere.

Il punto è che quando passano molti anni, in mezzo succede qualcosa. Una parte della propria storia viene vissuta tenendo un pezzo di sé fuori dalla vista, magari anche fuori dalla propria. Si imparano strategie: cambiare pronome parlando di una persona, evitare certi argomenti, costruire una versione di sé presentabile e prevedibile. Funzionano, sono perfino intelligenti, in un certo senso. Ma richiedono energia continua e soprattutto insegnano una cosa: che mostrarsi per intero è pericoloso.

Quella lezione, una volta imparata, non svanisce quando si smette di nascondersi.

Il "ora lo sanno" non basta

Il pensiero comune è che il peso più grosso sia il segreto e che una volta tolto quello, il resto si risolva da solo. Ma il peso era anche l'abitudine a leggersi con gli occhi di chi avrebbe potuto giudicare, a prevedere la reazione degli altri prima ancora che arrivasse, a considerare una parte di sé come qualcosa da gestire anziché da vivere.

Questi modi di guardarsi si formano lentamente e restano. Possono rimanere anche in contesti accoglienti, con persone che ci vogliono bene, perché non dipendono davvero da quello che gli altri pensano oggi, ma da ciò che si è imparato ad aspettarsi nel corso del tempo. Chi ha vissuto anni di prudenza difficilmente si fida dell'accoglienza al primo tentativo: continua a cercare, nello sguardo dell'altro, il segnale che qualcosa sta per cambiare.

A questo si può aggiungere un'eco più sottile, quella che viene da un contesto sociale che non sempre ha trattato con rispetto le identità non eterosessuali o non cisgender. Molte persone LGBTQI+ riconoscono, a un certo punto, di aver assorbito una parte di quel giudizio e di continuare a portarselo dentro anche quando intorno non c'è più nessuno che lo esprima. Si può chiamare in molti modi ma di solito si manifesta come una vergogna che non ha un oggetto preciso, un'attenzione costante a come si viene visti, la fatica di sentirsi davvero a proprio agio nel dire, fare, mostrare ciò che si è.

Cosa si vede negli anni

Le conseguenze, a distanza di tempo, non sono tutte uguali e non riguardano tutte le persone. Alcune cose però tornano spesso nei racconti.

C'è chi si accorge di avere difficoltà a costruire relazioni sentimentali in cui sentirsi davvero presente, perché una parte di sé resta in guardia anche con chi ama. C'è chi sente di aver "perso tempo", e vive il presente con un misto di sollievo e di rabbia per gli anni passati. C'è chi, pur essendo dichiarato, continua a scegliere con attenzione dove e con chi essere se stesso e si stanca di questo calcolo continuo. E c'è chi, semplicemente, scopre solo adesso che cosa significhi fare qualcosa senza sentirsi osservato e si sente un po' spaesato davanti a una libertà che non sa ancora bene come usare.

Cosa può aiutare

In terapia questo lavoro consiste nel capire insieme come si è costruito il proprio modo di proteggersi, in quali situazioni è ancora utile e in quali ormai pesa più di quanto difenda, e nel provare, un passo alla volta, a sperimentare cosa succede quando ci si mostra un po' di più, in contesti scelti e con persone che lo permettono.

La relazione terapeutica può essere, in questo, un primo spazio in cui provare: un luogo dove non c'è bisogno di tradurre, spiegare o difendere la propria identità, e dove si può cominciare a notare, con calma, che cosa si sente quando si smette per un po' di sorvegliarsi.

Se ti riconosci in questa esperienza, se hai fatto coming out da poco o da molti anni e senti che dentro qualcosa non si è ancora sciolto, un percorso di psicoterapia può aiutarti a ritrovare uno spazio in cui essere te stesso o te stessa senza doverti più controllare.

Lavoro con persone LGBTQI+ di ogni età, in studio a Padova e online.

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