Ansia. Perché non basta "stare calmi" e cosa cambia con la psicoterapia?

Ansia costante, pensieri che non si fermano, paura di non farcela o di essere giudicati. Ti spiego cosa mantiene l'ansia, perché non basta rilassarsi e come la psicoterapia aiuta a ritrovare orientamento, in studio e online.

ANSIAUMORE

Nicola Furlanis Psicologo Psicoterapeuta

10/29/20263 min read

"Sono sempre in ansia ma non so nemmeno bene per cosa"

Chi arriva in studio per l'ansia spesso comincia così, con una frase che sembra una confessione di inadeguatezza. Si aspetta di dover elencare sintomi: il cuore che accelera, il nodo allo stomaco, la testa che non si ferma la sera, la fatica a scegliere anche le cose piccole. Ci arriviamo si ma di solito parto da un'altra parte: da cosa sta succedendo, intorno e dentro la persona, quando l'ansia sale.

Perché dirsi "stai calmo" non funziona

Chi soffre d'ansia ha già provato di tutto. Respirare, distrarsi, razionalizzare, farsi rassicurare, evitare le situazioni che la fanno salire. Molte di queste cose danno sollievo sul momento e proprio per questo si ripetono. Il guaio è che, nel tempo, insegnano una lezione precisa: che ciò che ci spaventa è davvero pericoloso e che senza quelle strategie non ce la faremmo.

Così l'ansia non diminuisce, si specializza. All'inizio riguardava una scadenza, poi qualsiasi imprevisto; all'inizio una sensazione fisica, poi la paura della sensazione stessa. La persona non è debole e non sbaglia a cercare sollievo, sta usando strumenti che funzionano a breve termine e che mantengono il problema a lungo termine.

L'ansia non vive solo dentro di te

C'è un aspetto che si trascura facilmente, ed è che l'ansia quasi sempre si muove dentro le relazioni. Si accende quando temiamo il giudizio, quando immaginiamo cosa pensi l'altro di noi, quando ci sentiamo troppo esposti o troppo soli davanti a una responsabilità. E a sua volta cambia il modo in cui stiamo con gli altri: ci porta a chiedere rassicurazioni, a evitare, a controllare, a ritirarci, oppure a compiacere per non deludere.

Gli altri, a loro volta, reagiscono. Chi ci vuole bene rassicura, e la rassicurazione calma per un po' ma conferma che da soli non ce la facciamo. Chi non capisce si irrita o si allontana e questo conferma la paura di essere un peso. Si forma così un circolo, in cui ciascuno fa del suo meglio e il circolo si autoalimenta. Guardare l'ansia solo come un fatto "interno" significa perdere metà del quadro.

Capire cosa si prova: un lavoro meno ovvio di quanto sembri

Molte persone ansiose sanno dire con precisione che cosa temono ("e se sbaglio", "e se mi giudicano") ma faticano di più a dire che cosa provano in quel momento e ancora di più a distinguere un pensiero da un fatto. Ansia, rabbia, tristezza, vergogna si mescolano in un unico disagio che si chiama semplicemente "stare male".

Una parte importante del lavoro consiste nell'imparare a osservarsi mentre succede, a dare un nome a ciò che si prova, a riconoscere quando una previsione catastrofica sta occupando il posto di una valutazione e a immaginare con più elasticità che cosa stia pensando davvero l'altro, invece di darlo per scontato. È una competenza che si può allenare e che, quando cresce, restituisce margine di scelta: tra ciò che sento e ciò che faccio si apre uno spazio che prima non c'era.

Cosa si fa, concretamente, in terapia

Il lavoro non consiste nell'eliminare l'ansia, che è una funzione utile e continuerà a esserci quando serve. Ma nel capire in quali situazioni si accende, che cosa si è imparato a fare per difendersene, quali circoli si sono creati con le persone importanti e che cosa mantengono. Poi, un passo alla volta, nello sperimentare altre risposte: restare un po' di più in una situazione che di solito si evita, chiedere qualcosa in modo diverso, notare che cosa accade davvero invece di quello che si era previsto.

In studio questo diventa anche materiale vivo. La relazione terapeutica è uno dei luoghi in cui si può osservare, in tempo reale, come ci si comporta quando ci si sente giudicati o messi alla prova e provare qualcosa di diverso con qualcuno che aiuta a capire cosa sta accadendo.

Quando può essere il momento di chiedere aiuto

Non serve aspettare che sia "abbastanza grave". Può avere senso rivolgersi a un terapeuta quando l'ansia comincia a condizionare le scelte (rinunciare a un lavoro, evitare persone o luoghi), quando le preoccupazioni occupano gran parte della giornata o del sonno, quando si hanno attacchi di panico o la paura di averli, quando le relazioni ne risentono o quando ci si sente stanchi di gestire tutto da soli. Se compaiono sintomi fisici intensi o nuovi, è sempre bene farne parlare prima anche con il proprio medico, per escludere altre cause.

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