Autostima. Che fatica!
L'autostima non è un serbatoio da riempire né un tratto che si ha dalla nascita. Ti spiego perché il modo in cui ci vediamo nasce dalle relazioni e dalle storie che ci raccontiamo e come si può ricostruirlo.
AUTOSTIMAFIDUCIACRESCITA PERSONALE
Nicola Furlanis Psicologo Psicoterapeuta
7/2/20262 min read


"Il problema è che non ho autostima."
Me lo sento dire spesso, quasi come se si trattasse di un ingrediente mancante: qualcosa che alcune persone hanno e altre no, una specie di dotazione di partenza che a qualcuno è toccata e a qualcun altro no.
È un'immagine comprensibile ma fuorviante. Perché fa sembrare l'autostima una cosa fissa, misurabile, quasi un oggetto che si possiede o non si possiede. E se è così, allora l'unica domanda sensata diventa "come faccio ad averne di più", come se bastasse un rifornimento.
Nella mia esperienza le cose non funzionano così.
"Il sé" è un racconto in corso
Il modo in cui ci vediamo non nasce da un'osservazione neutra di noi stessi, come se ci fosse una verità oggettiva su chi siamo che aspetta solo di essere scoperta. Nasce da come abbiamo imparato a leggerci, attraverso gli occhi di chi ci ha guardato per primo e attraverso le esperienze che abbiamo attraversato e interpretato in un modo piuttosto che in un altro.
Un bambino a cui viene detto spesso "sei disordinato" non sta ricevendo solo un'informazione su una stanza in disordine. Sta imparando una categoria con cui leggere se stesso, che userà spesso senza accorgersene, per interpretare tutto quello che gli succederà dopo. Ha imparato a guardarsi attraverso quella lente e ogni volta che qualcosa la conferma, la lente si rafforza.
Per questo la bassa autostima raramente riguarda il modo in cui certi fatti vengono letti, ripetuti, trasformati in conferme di un'idea di sé che si è formata molto prima, spesso in relazioni che non ci sono più.
Perché "pensa positivo" non basta?
È anche per questo che dirsi frasi positive davanti allo specchio raramente funziona, o funziona solo in superficie. Non basta sostituire una frase con un'altra se la struttura con cui ci leggiamo resta la stessa. È come cambiare le parole di una traduzione lasciando intatta la lingua originale da cui viene tradotta.
Il lavoro più utile è aiutare la persona a riconoscere con quali categorie si sta leggendo, da dove vengono, e se sono ancora le uniche possibili. Spesso non lo sono. Sono solo quelle con cui si è sempre letta perché sono le prime che ha imparato e nessuno le ha mai messe in discussione.
Le relazioni che cambiano lo sguardo
Ecco perché le relazioni contano così tanto, in un percorso di questo tipo. Si tratta di fare esperienza, dentro una relazione, di essere letti diversamente da come ci leggiamo da soli. È in quello scarto, tra come mi vedo e come vengo visto in un contesto che sento sicuro, che qualcosa comincia a potersi muovere.
Anche il rapporto terapeutico funziona un po' così: non è la sede in cui qualcuno ti dice che vali, ma il luogo in cui puoi sperimentare, magari per la prima volta, uno sguardo diverso da quello con cui ti sei sempre raccontato, e verificare cosa succede se provi a usarlo anche fuori.
Cosa significa, in pratica, lavorarci
Vuol dire notare le frasi che ci diciamo in automatico quando qualcosa va storto, e chiedersi da dove vengono, non se sono vere o false. Vuol dire osservare in quali relazioni ci sentiamo letti in modo più ampio, e in quali invece torniamo sempre alla stessa vecchia immagine di noi. Vuol dire, a volte, accorgersi che una certa idea di sé ci è stata utile in un momento della vita e ora è diventata stretta, come un vestito che andava bene qualche anno fa.
Passa dal capire come ci siamo raccontati fino a qui per poter iniziare a raccontarsi diversamente.
Se ti riconosci in questo, un percorso psicologico può aiutarti a capire con quali occhi ti stai guardando e se è ancora lo sguardo giusto per la persona che sei oggi. Se vuoi, scrivimi per fissare un primo colloquio conoscitivo, in studio o online.
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Sono qui per supportarti nel tuo percorso.
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